mercoledì 9 aprile 2008

Il Tibet, l’imperialismo e la lotta tra progresso e reazione

di Domenico Losurdo

(tratto da Fuga dalla storia? La rivoluzione russa e la rivoluzione cinese oggi, La Città del Sole, Napoli, 2005; versione francese: Quand et pourquoi les Etats-Unis ont changé de position sur le Tibet)


1. Gli Stati Uniti, il Dalai Lama e i macellai indonesiani

E' solo l’intervento della flotta americana, nel 1950, e il ricorso di Washington negli anni successivi alla minaccia nucleare ad impedire all’esercito popolare diretto dai comunisti di completare la liberazione e l’unificazione del paese, chiudendo così per sempre uno dei capitoli centrali della storia della «Cina crocifissa». Oltre a quella di Taiwan, l'imperialismo cerca di promuovere la secessione anche del Tibet. E anche in questo caso, la sinistra rivela la sua subalternità e mancanza di memoria storica. Un tempo amava darsi a letture più sofisticate e impegnative che non la grande stampa di informazione e disinformazione. Un qualsiasi simpatizzante e militante della causa dell'antimperialismo sapeva bene che la sovranità cinese sul Tibet aveva alle spalle secoli di storia e che a tentare di metterla in discussione era stato in primo luogo l'espansionismo coloniale britannico[1]. Sì, basta sfogliare un buon libro di storia per venire a conoscenza del fatto che questi tentativi erano e sono parte integrante di una politica mirante allo «smantellamento della Cina»[2].
A considerare il Tibet parte integrante del territorio nazionale cinese non era solo Mao Tsetung. Allo stesso modo la pensava Sun Yat-sen, il primo presidente della repubblica nata dal rovesciamento della dinastia manciù. Agli inglesi che lo invitavano a partecipare attivamente al macello della prima guerra mondiale, in modo da recuperare i territori strappati alla Cina dalla Germania, Sun Yat-sen faceva notare che la Gran Bretagna era ancora più famelica: «Voi vorreste toglierci anche il Tibet»[3]! A lungo, l'appartenenza di questa regione alla Cina non è stata messa in dubbio neppure dagli storici più lontani dalla sinistra. Quando trattava della rivolta nel Tibet del 1959 (largamente ispirata e alimentata, come vedremo, dalla Cia), l'autore di una storia pur aspramente critica del Partito Comunista Cinese inseriva comunque questa vicenda nel capitolo dedicato all'«evoluzione interna» del grande paese asiatico[4].
Ora, invece, anche la sinistra, e persino Il manifesto e Liberazione sembrano impegnati a sostenere il separatismo. E' anche da questo particolare che si può vedere il trionfo ideologico, oltre che militare, conseguito dagli Usa nella guerra fredda. Prima del suo scoppio, Washington non aveva difficoltà alcuna a riconoscere l'appartenenza del Tibet alla Cina, in quel momento controllata dai nazionalisti di Chiang Kai-Sheck. Ancora nel 1949, nel pubblicare un libro sulle relazioni Usa-Cina, il dipartimento di Stato americano accludeva una mappa, che con tutta chiarezza indicava il Tibet come parte integrante del grande paese asiatico[5].
Ma gli umori cominciano a cambiare man mano che si profila l'avanzata dell'esercito popolare guidato da Mao Tsetung. Già il 13 gennaio 1947, George R. Merrel, incaricato d'affari Usa a Nuova Delhi, scrive al presidente americano Truman per richiamare la sua attenzione sulla «inestimabile importanza strategica» della regione - tetto del mondo: «Il Tibet può pertanto essere considerato come un bastione contro l'espansione del comunismo in Asia o almeno come un'isola di conservatorismo in un mare di sconvolgimenti politici». Per di più - aggiunge il diplomatico statunitense - non bisogna dimenticare che, «l'altopiano tibetano [...] in epoca di guerra missilistica può rivelarsi il territorio più importante di tutta l'Asia».
Desumo questi particolari da un autore americano, per decenni funzionario della Cia, come lui stesso tiene a farci sapere. Nel riferirli, egli sottolinea la continuità tra la visione espressa dalla lettera appena citata a Truman e la visione a suo tempo cara all'Inghilterra vittoriana, impegnata nel «grande gioco» dell'espansione coloniale in Asia[6]. In effetti, all'imperialismo britannico subentra, dopo la seconda guerra mondiale, quello americano: il separatismo tibetano è ora chiamato a servire «gli interessi geopolitici Usa», costringendo Mao a disperdere le sue forze già limitate e quindi ponendo le condizioni per un «cambiamento di regime a Pechino»[7]. In vista del conseguimento di tale fine, «guerriglieri» vengono addestrati nel Colorado e poi paracadutati nel Tibet: sono riforniti per via aerea di armi, apparecchiature ricetrasmittenti ecc. e collaborano - l'autore e funzionario della Cia non lo nasconde - anche con «banditi Khampa di vecchio stile»[8].
E' chiaro allora il contesto in cui va collocata la rivolta del 1959. Anche in questo caso, l'autore qui seguito risulta apprezzabile, oltre che per l'informazione di prima mano, anche per la franchezza. Egli fa notare che la rivolta faceva immediatamente seguito al fallimento del tentativo dei servizi segreti americani di provocare disordini in Cina a partire dalle Filippine. Senza scoraggiarsi, bisognava allora concentrarsi sul Tibet. Naturalmente – chiariva in quella occasione un dirigente di primo piano della Cia, citato sempre dall'autore-funzionario della medesima organizzazione ­– lo scatenamento della rivolta aveva «poco a che fare con l'aiuto ai tibetani». Si trattava invece di mettere in difficoltà «i comunisti cinesi». Era la stessa logica che presiedeva – chiariva ulteriormente il dirigente della Cia – alla decisione, presa dai servizi segreti americani in quello stesso periodo di tempo, di «aiutare i colonnelli ribelli indonesiani nel loro sforzo di rovesciare Sukarno», colpevole di essere «diventato troppo tollerante coi comunisti del suo paese»[9]. Fallito al suo primo tentativo, il colpo di Stato in Indonesia riesce pienamente nel 1965: vengono massacrate diverse centinaia di migliaia di comunisti o di elementi considerati troppo «tolleranti» coi comunisti. Sarebbero state meno feroci in Tibet le forze della reazione e dell'imperialismo se fossero riuscite nel loro tentativo separatista?
Un particolare dà da pensare. Lo desumo dall'intervento di un docente americano su una rivista americana: ad organizzare nel 1959 la fuga del Dalai Lama dal Tibet fu un agente della Cia, che più tardi visse nel Laos «in una casa decorata con una corona di orecchie strappate dalle teste di comunisti morti»[10].

2. La Cia e Hollywood si convertono al buddismo!

La rivolta tibetana del 1959 non consegue il successo sperato. Già contattato e finanziato da lungo tempo dai servizi segreti statunitensi, il Dalai Lama fugge in India. Fallita la campagna ad Est (in territorio tibetano e cinese) ecco che Washington dà inizio alla campagna ad Ovest. Abbiamo visto il dirigente di primo piano della Cia considerare il Dalai Lama come una pedina intercambiabile della politica statunitense alla stessa stregua dei colonnelli - macellai indonesiani. Ora questo medesimo personaggio è innalzato alla gloria degli altari: diviene un leader della non violenza, un modello vivente di nobiltà morale e di santità. La trasfigurazione investe anche il buddismo tibetano in quanto tale, presentato come un insieme di esercizi spirituali e di dottrine e di tecniche di sublime elevazione al di sopra delle miserie di questo mondo. L'industria cinematografica americana lavora a pieno ritmo per diffondere questo mito. Agli inizi del Novecento, mentre era in pieno svolgimento la gara tra Gran Bretagna e Russia per impadronirsi del Tibet, correva voce che lo zar in persona fosse diventato un buddista[11]. Ora invece non sembrano esserci dubbi: ad essersi convertiti al buddismo sono Hollywood e la Cia!
Una conversione così straordinaria non poteva non produrre miracoli. Per secoli, la cultura occidentale ha guardato con disprezzo al buddismo tibetano, considerato sinonimo di dispotismo orientale, a causa della centralità da esso conferita ad un sedicente Dio-Re, sul quale si esercita il disprezzo di autori tra loro pur così diversi come Rousseau, Herder, Hegel. Tra Otto e Novecento, i lama vengono considerati «un'incarnazione di tutti i vizi e di tutte le corruzioni, non già dei lama defunti»[12]. Quando poi la Gran Bretagna si accinge alla conquista, cerca di giustificarla in nome della necessità di portare la civiltà in «quest'ultima roccaforte dell'oscurantismo», a «questo piccolo popolo miserabile»[13].
Va da sé: sono fuori discussione l'arroganza e la vena razzistica dell'imperialismo, ma non per questo bisogna rimuovere le infamie della teocrazia tibetana. A chiarire la sua reale natura basta un particolare desunto dallo storico inglese appena citato: quello in carica agli inizi del '900 «era uno dei pochi Dalai Lama ad aver raggiunto la maggiore età, dato che la maggior parte di loro veniva eliminata durante la fanciullezza a seconda della convenienza del Consiglio di Reggenza»[14]. Ora invece, grazie al miracolo operato da Hollywood (e dalla Cia), il buddismo tibetano è divenuto sinonimo di pace, tolleranza, elevata spiritualità. Ormai è chiaro: come è stato giustamente osservato, in base all'ideologia e agli stereotipi dominanti, «i tibetani sono superumani e i cinesi subumani»[15].
Decisamente divertenti risultano alcuni momenti del processo di santificazione in corso del Dalai Lama e del buddismo tibetano. Un elemento essenziale di quest'ultimo è la struttura castale, che continua a manifestarsi anche oltre la morte: se il corpo dei membri dell'aristocrazia viene inumato o cremato, il corpo vile della massa del popolo viene dato in pasto agli avvoltoi. Qualche tempo fa, l'International Herald Tribune riferiva di uno di questi funerali plebei, col sacerdote che staccava pezzo a pezzo la carne dalle ossa del morto per facilitare il lavoro agli avvoltoi, che già attendevano in cima al monte. Bisogna dire che la descrizione era precisa e minuziosa, ma essa era seguita dalla dichiarazione di uno «studioso» che spiegava il tutto in chiave ecologica[16]; egli non chiariva però perché all'equilibrio ambientale venga chiamato a contribuire soltanto il corpo dei plebei.
Contro questa pratica castale e discriminatrice, considerata barbarica, si era scagliata la Rivoluzione Culturale; ma il suo tentativo di sradicare con la violenza una tradizione di vecchia data aveva finito col favorire i settori più retrivi del buddismo tibetano, i quali avevano saputo mobilitare un'ampia protesta in nome della difesa delle tradizioni. Più saggiamente, l'attuale governo tibetano, pur sconsigliandoli, non vieta quei riti funebri.

3. Il Tibet e la lotta tra progresso e reazione

Purtroppo, anche buona parte della sinistra sembra essersi convertita essa stessa, se non al buddismo propriamente detto, comunque all'immagine oleografica del Dalai Lama e della religione da lui professata. Di nuovo la memoria storica è dileguata. Risulta rimossa l'orribile realtà del Tibet pre-rivoluzionario, la realtà della teocrazia che riduceva in condizioni di schiavitù o di servaggio la stragrande maggioranza della popolazione. Non c'è dubbio che - diamo la parola ancora una volta ad autori non sospetti di simpatie per Mao Tsetung - le riforme realizzate a partire dal 1951 hanno «abolito feudalesimo e servaggio»[17]. Hanno abolito anche la teocrazia incarnata dal Dio-Re che pretende o pretendeva di essere il Dalai Lama, attuando la separazione di potere religioso e potere civile, che costituisce uno dei presupposti essenziali dello Stato moderno.
Le riforme e la rivoluzione hanno significato per le masse popolari tibetane un accesso a diritti umani prima del tutto sconosciuti, un aumento assai consistente del tenore di vita e un prolungamento sensibile della durata media della vita. D'altro canto, le critiche rivolte alla Repubblica Popolare Cinese risultano spesso non solo strumentali ma anche contraddittorie. Se un autore francese lamenta lo scarso sviluppo industriale della Repubblica Autonoma Tibetana, che sarebbe rimasta sostanzialmente ad «uno stadio proto-industriale»[18], ecco che, scrivendo su Foreign Affairs, una rivista vicina al Dipartimento di Stato, un autore americano formula critiche e raccomandazioni di segno opposto: la «politica di rapida modernizzazione» e lo «sviluppo economico» dovrebbero procedere «ad un ritmo più lento», in modo da salvaguardare l'identità culturale tibetana[19]. Peccato che gli Stati Uniti non avvertano questa medesima preoccupazione allorché invadono con le loro merci, i loro film, le loro canzonette e i loro «valori» ogni angolo del mondo, compreso il Tibet!
Certo, c'è anche una questione di diritti nazionali. A suo tempo, scatenando una lotta indiscriminata contro ogni forma di «oscurantismo» e arretratezza, la Rivoluzione Culturale ha trattato il Tibet alla stregua di una gigantesca Vandea da reprimere o da catechizzare con una pedagogia assai sbrigativa, messa in atto da un «illuminismo» intollerante e aggressivo proveniente da Pechino e dagli altri centri urbani abitati dagli Han. Ma oggi questi errori di estremismo e universalismo aggressivo sono stati corretti. Il recupero dei monasteri e dell'eredità culturale tibetana procede alacremente. Pur formulando critiche, la rivista americana già citata riconosce che nella Regione Autonoma Tibetana il 60-70% dei funzionari sono di etnia tibetana; riconosce che vige la pratica del bilinguismo, anche se chiede che l'accento sia ora messo sulla lingua tibetana[20]. Gli stessi giornalisti statunitensi maggiormente affetti da sinofobia virulenta si lasciano sfuggire che almeno «la politica ufficiale della Cina» è una sorta di «azione affermativa su larga scala»; cioè prevede una serie di discriminazioni positive a favore dei tibetani e delle altre minoranze nazionali, per quanto riguarda l'ammissione all'università, la promozione a cariche pubbliche e la pianificazione familiare (che per gli Han è più rigorosa)[21].
Come spiegare allora la persistente campagna contro la Repubblica Popolare Cinese? Se sul piano internazionale mirava allo smembramento o almeno al grave indebolimento del grande paese asiatico, sul piano interno la rivolta del 1959 intendeva bloccare il processo di emancipazione delle masse popolari e di modernizzazione della regione. Non a caso, ancora oggi, tra i tibetani in esilio si può riscontrare una presenza significativa di gruppi «fondamentalisti su un piano spirituale e conservatori su quello sociale»[22], cioè di gruppi non rassegnati alla fine della teocrazia e all'avvento della separazione di Stato e Chiesa e che rimpiangono feudalesimo e servaggio.
Ma è poi sostanzialmente diversa la posizione del Dalai Lama? Egli «esige la creazione di un Grande Tibet, il quale includerebbe non solo il territorio che ha costituito il Tibet politico in età contemporanea, ma anche aree tibetane nella Cina occidentale, in larghissima parte perse dal Tibet già nel diciottesimo secolo»[23]. Senonché, minoranze etniche tibetane vivono anche in Bhutan, Nepal, India ecc. Dove si fermerebbe il rimodellamento della geografia politica e quali costi esso comporterebbe? Ben si comprende allora che ad osteggiare le forze dirette dal Dalai Lama sia anche il Nepal, il quale nutre il «timore che queste provochino una secessione nel Nord del paese»[24]. E' più che sufficiente per rendersi conto di quanto sia falsa e bugiarda l'oleografia costruita dalla Cia e da Hollywood. Celebrato come un campione della non violenza, il Dalai Lama viene insignito nel 1989 del premio Nobel per la pace. Senonché, quando l'India procede al riarmo nucleare, il più autorevole sostenitore di questa politica risulta essere ... il premio Nobel per la pace!
Ma, almeno egli rappresenta il popolo tibetano? E' persino il Libro nero del comunismo a riconoscere che un'elementare analisi storica «distrugge il mito unanimista alimentato dai partigiani del Dalai Lama»[25]. In realtà, sin dalla «liberazione pacifica» del Tibet nel 1951, il rovesciamento dell'antico regime in questa regione e la sua trasformazione politico-sociale si sono sì scontrati con un'accanita resistenza dei gruppi più reazionari e delle classi privilegiate ma hanno anche potuto contare su appoggi consistenti nell'ambito della società tibetana. Sono costretti ad ammetterlo anche gli autori maggiormente impegnati nella campagna anticomunista e anticinese. Eccoli dunque tuonare contro «il settimo Panchen Lama», colpevole di essersi «subito collegato col regime comunista». Ancora più duro è il giudizio che i campioni della crociata anticomunista e anticinese esprimono sui «monaci», che «non esitano ad augurarsi che "presto sia liberato il Tibet"» e che rivolgono appelli in questa direzione al Partito Comunista e all'Esercito Popolare di Liberazione.
Tali autori non riescono a capacitarsi del fatto che il Dalai Lama da loro così trasfigurato si scontra sin dall'inizio non solo con larghi settori popolari, ma anche con ambienti religiosi che lo vogliono «abbattere». I campioni della crociata anticinese e anticomunista si devono rassegnare. Ancora nel 1992, nel corso del suo viaggio a Londra, il Dalai Lama è oggetto di manifestazioni ostili da parte della più grande organizzazione buddista in Gran Bretagna, che lo accusa di essere un «dittatore spietato» e un «oppressore della libertà religiosa»[26].
Persino per quanto riguarda la Rivoluzione Culturale, indubbiamente un periodo tragico nella storia della regione, bisogna tener presente che c'erano «anche dei tibetani» tra le Guardie rosse: gli scontri divampano tra i gruppi maoisti; «così, in totale, forse furono uccisi più cinesi che tibetani»[27]. A richiamare l'attenzione su questo fatto è il Libro nero del comunismo, il quale però, in omaggio al suo anticomunismo professionale, non esita a riecheggiare l'accusa di... genocidio cinese ai danni del popolo tibetano!
La logica dell'imperialismo e dell'ideologia dominante è chiara. Ma come spiegare le simpatie di cui il Dalai Lama gode anche in certi ambienti della sinistra e persino in circoli, che hanno a suo tempo salutato la Rivoluzione Culturale e che ancora ne parlano con una certa nostalgia? Non c'è dubbio che oggi la situazione in Tibet è nettamente migliorata per quanto riguarda lo sviluppo economico, la libertà religiosa e i diritti culturali e nazionali degli abitanti di quella regione. Ma non è questo che interessa una sinistra che nel Terzo Mondo, lungi dall'apprezzare lo sforzo per uscire dall'arretratezza e dalla miseria, proietta la nostalgia e l'idoleggiamento di una società premoderna, i cui cittadini siano «poveri ma belli»: una società che, come certi monasteri ormai inseriti negli itinerari turistici, dovrebbe permanentemente servire come luogo di vacanza e di periodica rigenerazione spirituale dalla grevità di un'opulenza peraltro irrinunciabile e anzi da tenersi ben stretta. Negli anni '60, «poveri ma belli», rispetto all'Occidente, erano considerati i cinesi; ma oggi, dopo l'impetuoso sviluppo verificatosi nel grande paese asiatico, «poveri ma belli», agli occhi di quella cosiddetta sinistra, sono i tibetani seguaci del Dalai Lama. Che importa se quest'ultimo è in realtà ricco e brutto? Sì, è ricco in quanto esponente di una casta sfruttatrice e super-alimentato di dollari già dagli anni '50; brutto, per il fatto che avrebbe voluto continuare a condannare ad un'orribile condizione di degradazione i servi dell'aristocrazia e teocrazia tibetana. Tutto questo non conta: per una certa sinistra, i film di Hollywood sono sempre più importanti dei libri di storia e dell'analisi critica della realtà.


Riferimenti bibliografici

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Daniel Wikler, 1999
The Dalai Lama and the Cia, in The New York Review of Books del 23 settembre, p. 81


[1] Lattimore, 1970, p. 119; Gernet, 1978, p. 450.
[2] Romein, 1969, p. 54.
[3] Sun Yat-sen, 1976, p. 71.
[4] Guillermaz, 1970, vol. II, pp. 266 e 278 sgg.
[5] Aptheker, 1977, p. 272.
[6] Knaus, 1999, pp. 24-5.
[7] Knaus, 1999, pp. 215-6.
[8] Knaus, 1999, pp. 219 e 223.
[9] Knaus, 1999, p.119.
[10] Wikler, 1999.
[11] Morris, 1992, vol. III, p. 96.
[12] Lopez jr., 1998, pp. 6-7 e 22-3.
[13] Morris, 1992, vol. III, pp. 94 e 98.
[14] Morris, 1992, vol. III, pp. 96.
[15] Lopez jr., 1998, p. 7.
[16] Faison, 1999 a.
[17] Goldstein, 1998, p. 86.
[18] Deshayes, 1998, p. 293.
[19] Goldstein, 1998, pp. 89 e 95.
[20] Goldstein, 1998, p. 94.
[21] Faison, 1999 b.
[22] Deshayes, 1998, p. 295.
[23] Goldstein, 1998, pp. 86-7.
[24] Deshayes, 1998, p. 281.
[25] Margolin, 1998, p. 509.
[26] Lopez jr., 1998, pp. 193-4.
[27] Margolin, 1998, p. 509.

3 commenti:

Giacomo Brunoro ha detto...

L'analisi politica è senza dubbio molto interessante, quello che manca forse è un'analisi culturale. Il Tibet rappresenta un unicum culturale a causa di una storia molto particolare e, soprattutto, di una situazione geografica particolarissima. Lo stesso Terzani si era posto il problema anni fa, rendendosi conto si di quanto negativa fosse stata "la colonizzazione" cinese del Tibet, ma anche di quanti fossero stati gli effetti positivi di questa colonizzazione, soprattutto in merito all'odioso sisema teocratico in vigore in Tibet. Io non mi sento di dare ragione a una parte piuttosto che all'altra, mi mancano le conoscenze specifiche per poterlo fare, ma senza dubbio ci si trova di fronte ad una situazione che, in qualsiasi modo venga affrontata o risolta, non può che creare malumori e tensioni. Quello che stupisce è comunque il pensiero unico che si sta diffondendo su questo tema, come se i veri problemi in Cina non fossero altri: disastri ecologici, censura a tutto spiano, diritti umani praticamente inesistenti, corruzione...

The Komrad ha detto...

Trovo questa analisi storica molto stimolante, poiché mette in dubbio una vulgata cinematografica e politica molto radicata, di cui io stesso sono in parte affetto.
Il punto centrale però è la quantità e la qualità delle informazioni che possiamo ottenere oggi sul Tibet.
L'indipedenza tibetana come è accolta in realtà dalle popolazioni che vivono il Tibet? Come queste popolazioni vivono l'appartenenza al regime cinese?

massi ha detto...

caro Losurdo,.....pensavo che fosse evitabile ascoltare tali idiozie da una persone acculturata come lei,......ma mi conferma che non sono i "pezzi di carta" a rendere dignitosa una persona!
leggo alcune sue dichiarazioni sul Tibet,.....e prima di commentarle o smentirle le vorrei fare una doverosa domanda:"Lei è mai stato in Tibet, o in quella che lei preferisce chiamare regione autonoma tibetana?
per esprimere giudizi su una questione cosi' delicata, immagino proprio di si,...perchè sarebbe assurdo e ridicolo se lei gettasse queste sentenze comodamente seduto sulla sua poltrona, magari con la badante cinese che le rimbocca la coperta sulle gambe!
se la risposta è si,"ci sono stato", mi chiedo che giro lei abbia fatto, o meglio, dove si sia fatto accompagnare, perchè di sicuro lei sara' stato a contatto con guide ed accompagnatori cinesi, ben indottrinati dal Partito, e lo si vede da come hanno indottrinato anche lei, rendendola fedele alle mensogne che "madre patria" impone al "popolo".
Immagino anche che si sia documentato prima di andare, dal "milione" di Marco Polo, passando agli scritti di Tucci, fino alle meravigliose testimonianze di Maraini.
e allora, qui, un'altra domanda:
ma come si permette di attribuire a questa gente l'appellativo di "casta di parassiti, teocrati e fannulloni"???
non voglio andare avanti, perchè il mio buon senso ha un limite!
spero vivamente che Lei abbia fede in qualcosa,.... o in qualcuno,.....e spero che questo qualcuno non si accorga di cosa si puo' fare x accaparrarsi due minuti in tv, o un'intervista che altrimenti, mai sarebbe arrivata!!
le auguro al piu' presto di poter visitare come si deve quel paese di teocrati e fannulloni,sperando di non vedere quello che io ho visto!!!
Massimiliano Minnelli.